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Da Capaccio a Zurigo, cervelli in fuga in cerca di lavoro. La storia di Marco Lembo

Marco Lembo, di Capaccio, nel 2013 è partito per la Svizzera. Stanco di perenni trasferte tra Roma, Taranto e Genova, era costretto anche a vivere separato dalla moglie, che lavorava a Napoli. Ora ha un contratto a tempo indeterminato in una banca e può vivere insieme alla sua famiglia. “Mia figlia cresce in mezzo al verde e in un ambiente multilingue: da qui potrà raggiungere qualunque obiettivo”.

Uno degli ultimi ricordi dell’Italia sono le passeggiate da equilibristi in cui per arrivare a un parchetto semi distrutto con la carrozzina dovevano districarsi tra buche e marciapiedi sempre più piccoli. “Guardavo mia figlia Debora dormire e pensavo alle misere prospettive lavorative che avrebbe avuto se fossimo rimasti”. Era il 2013, l’anno in cui Marco Lembo, nonostante avesse un contratto a tempo indeterminato, ha realizzato di non volere che sua figlia crescesse nella sua patria. Un’idea maturata dopo contratti co.co.co., cinque anni vissuti lontano da sua moglie perché incapaci di trovare due lavori stabili nella stessa città e tre anni passati a Roma in un’azienda dove regnavano “pessimismo e delusione” per “aumenti, bonus e prospettive economiche davvero esigue”. “Ce ne dobbiamo andare da qui, altrimenti ci bruciamo”, era la frase con cui finivano la maggior parte delle conversazioni tra i suoi colleghi. E così, tre anni fa, Marco ha messo in pratica quei propositi, comprando un biglietto di sola andata per Zurigo.

“Papà, cosa sta succedendo alla nostra macchina?”. Era spaventata la piccola Debora la prima volta che in Italia si è trovata in automobile mentre il padre avanzava su una strada piena di buche. “Come darle torto? In Svizzera ho dimenticato anche io cosa fossero le strade dissestate”. Perché quel che lo ha colpito subito di Zurigo è stato “un profumo di libertà”. Trasporti incredibilmente precisi, uffici pubblici senza code, un senso civico che permette “ai contadini di lasciare, davanti ai campi coltivati, coltello e scatola di latta per i pagamenti”, il tutto assolutamente incustodito. “Mi è bastato un mese e già non volevo più tornare in Italia”.

Il 36enne capaccese ora lavora in una delle maggiori banche svizzere per conto di una multinazionale americana. Un trasferimento che ha anche voluto dire iniziare a condividere una casa con sua moglie, che aveva sposato a 27 anni ma aveva dovuto aspettare i 32 per poterci convivere. Per cinque anni, infatti, Marco e Michela sono stati sposati a distanza: lei, con un lavoro vicino Napoli e un letto a casa del padre, lui prima a Roma in Finmeccanica, e poi a Taranto e Genova. “Provai tutto il possibile per tornare nella mia terra”, racconta l’ingegnere salernitano. E così arrivò il 2012, l’anno del trasferimento in un’azienda vicino Napoli. “Speravo che la mia vita stesse prendendo la piega giusta”, dice, ma nel giro di un anno il suo team di lavoro si dissolve. Colpa di speranze disilluse di contratti a tempo indeterminato. “Quando, dopo l’ennesimo rinnovo continuavano a non esserci prospettive, i miei colleghi se ne andavano”.

La molla scatta quando, quasi per caso, si ritrova a chiacchierare con un collega dell’Università Federico II di Napoli, dove Marco si era laureato in Ingegneria Informatica con il massimo dei voti. “Mi disse che il numero dei dipendenti della sua azienda svizzera negli ultimi anni era passato da 80mila a quai 200mila. Così mandai il curriculum e colloquio dopo colloquio, arrivò la proposta di contratto, con tanto di benefit, assicurazione sanitaria e formazione”. Non era mai stato a Zurigo, ma a 33 anni decise che era tempo di lasciare la sua Napoli.

“La sensazione di serenità che abbiamo raggiunto da quando viviamo a Zurigo è indescrivibile”, continua l’ingegnere in una pausa tra il lavoro e la sala prove, visto che da quando si è trasferito è tornato ad avere tempo per suonare il pianoforte e fare concerti. “Credo che nostra figlia ci ringrazierà di non averla fatta crescere in Italia”. Perché per il 36enne, il migliore regalo per la piccola Debora è farla crescere in una città “immersa nel verde, con le migliori università internazionali e dove si parlano almeno quattro lingue: da qui potrà raggiungere qualunque obiettivo”. Pensa alla gavetta che ha fatto lui in Italia, e vedendo sua figlia in una realtà multilingue si rassicura: “Hai idea di quanti posti di lavoro ci siano in Europa a cui una persona che parla solo italiano non possa accedere?”.

Ha solo tre anni, Debora, e non sa ancora di essere stata la spinta che ha portato i suoi genitori a lasciare l’Italia. “Napoli è a due ore di aereo, e con lei i nonni e gli zii. Ma per la prima volta ho scoperto quella splendida sensazione di avere preso in mano la mia vita”. Tutte le mattine, quando va a lavoro, Marco vede i bambini andare a scuola a piedi guidati dai vigili urbani, mentre nei boschi vicini alla città a tutte le ore del giorno “passeggiano, senza alcun rischio, anziani e donne sole con bambini”. E se Debora, una volta cresciuta, volesse tornare a vivere in Italia? “La lascerei libera di scegliere. Ma, guardandomi attorno, lo vedo altamente improbabile”.

fonte: Il Fatto Quotidiano

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Scritto da da Internet su nov 17 2016. Archiviato come Benessere&Salute, Curiosità. Puoi seguire tutti i commenti di questo articolo via RSS 2.0. Commenti sono temporaneamente chiusi, ma puoi usare il trackback dal tuo sito



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